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Costellazione Aquario

L’Aquario (in latino Aquarius, in italiano scritto anche Acquario) è una costellazione dello zodiaco, una delle più antiche conosciute; si trova fra il Capricorno a sud-ovest e i Pesci a nord-est.

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L’Aquario è una costellazione di grandi dimensioni, attraversata dal Sole da fine febbraio a metà marzo; è formata da un vasto insieme di stelle poco luminose, specialmente nella parte orientale, caratteristica che avrebbe suggerito l’idea di un’autentica “cascata” di stelline, che in effetti rappresentano l’acqua che scende a fiotti da un’urna. La parte più settentrionale della costellazione giace sull’equatore celeste, mentre gran parte di essa si trova nell’emisfero australe; nonostante ciò, è osservabile con facilità da quasi tutte le aree popolate della Terra. Nell’emisfero nord è una figura tipica dei cieli autunnali, mentre a sud dell’equatore la sua presenza nel cielo dopo il tramonto indica l’avvicinarsi della stagione estiva.
L’Aquario contiene stelle relativamente poco luminose nonostante la sua estensione, le più brillanti delle quali sono dislocate nella parte nordoccidentale; la parte sudorientale viene a trovarsi al centro di una regione di cielo povera di stelle appariscenti, così dalle aree urbane appare come una zona di cielo “vuota”. Sotto un cielo buio sono invece osservabili fino a un centinaio di stelle deboli, per lo più di quinta grandezza, molte delle quali disposte a concatenazioni non rettilinee di tre.
Dall’Aquario si originano due sciami meteorici: le Eta Aquaridi (4 maggio) e le Delta Aquaridi (28 giugno), entrambi composti da circa 20 meteore all’ora.

L’Acquario è associato a miti che si perdono nella notte dei tempi: i babilonesi furono i primi a distinguere un uomo nell’atto di versare acqua da un’anfora e lo associarono al mese delle piogge noto come “la maledizione della pioggia” (a cavallo dei nostri gennaio e febbraio). Gli egiziani lo chiamarono più semplicemente “Acqua” e lo indicavano come la sorgente prima del Nilo. Secondo gli arabi, la costellazione in questione simboleggiava un mulo con due otri d’acqua sulla groppa. I popoli d’oltreoceano, come ad esempio aztechi e toltechi vi riconoscevano il dio Quetzalcoatl, dalle forme di mastodontico uccello, o di serpe piumata.

I greci vollero riconoscere in quest’asterismo il giovane Ganimede, figlio di Troo, fondatore eponimo di Troia. Il giovane era il più bel mortale della sua generazione, e, per questo, Zeus lo volle per sé e lo rapì, portandolo sull’Olimpo in qualità di coppiere degli dei. Il sovrano olimpio scese tra gli uomini in forma d’aquila e portò a termine quanto s’era prefissato. Non mancò di ripagare Troo con una coppia di destrieri divini, che avrebbero sicuramente riportato grandi vittorie nelle gare di bighe; lo rassicurò inoltre sul futuro beato di cui avrebbe goduto il ragazzo. La bella presenza di Ganimede era vista di buon grado dai numi, che erano esterrefatti dal singolare aspetto del giovane, tutti tranne Ebe e sua madre Era. La prima perché era la precedente detentrice del ruolo di coppiera, e la seconda perché Ganimede rappresentava l’ennesima testimonianza d’infedeltà di Zeus. Al fine di evitare odiosi scontri, Zeus stesso stabilì d’innalzare il figlio di Troo agli onori delle stelle.

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